Etna 1852 MERCURIO 1853

Giuseppe Antonio MERCURIO, Relazione della grandiosa eruzione Etnea della notte del 20 al 21 Agosto 1852, Palermo, Stamperia di Pietro PENSANTE 1853. Litografia. Disegnatore: anonimo. Litografo: Pietro NOÈ, Litografia MINNECI e NOÈ.

Il medico e fisico Giuseppe Antonio Mercurio, originario di Giarre, era socio dell’Accademia Gioenia e fu in contatto anche con Charles Lyell quando questi si recò in visita in Sicilia. Questa breve memoria era dedicata all’eruzione dell’Etna iniziata tra il 20 e il 21 agosto 1852 e ne seguiva l’evolversi fino al febbraio dell’anno successivo, descrivendo lo scorrere delle colate laviche e l’apertura di nuove bocche laterali. L’evento portò alla formazione di quelli che sono oggi noti come Monti Centenari, perché comparsi nel XVI centenario del martirio di Sant’Agata nel 252 d.C.

Il testo è accompagnato da una tavola litografata, realizzata da Pietro Noè (“incise s.p.”) presso lo stabilimento litografico palermitano Minneci e Noè. L’immagine raffigura i principali fenomeni eruttivi verificatisi nella Valle del Bove, visti dall’abitato di Giarre – che si nota in primo piano – e, pertanto, può integrare la veduta della stessa eruzione, ma da Catania, proposta da Carlo Gemmellaro.

 

MUTAMENTI OROGRAFICI

Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive

L’eruzione del 1852 causò l’apertura di diverse bocche laterali, a cominciare da quelle nel piano di Giannicola, “l’una dall’altra da circa un miglio distante” (p. 5). L’accumulo delle scorie eruttate diede origine a un notevole cono, visibile nell’immagine:

[p. 7] “Questo fenomeno ripeteasi di continuo, e le pomici e scorie cadute d’intorno alla voragine gradatamente accumulandosi, vi formarono un ampio ed alto conico monte”.

Mercurio segnalava che nuove bocche si aprirono il 7 settembre – “a sirocco presso la base del cratere d’eruzione” (p. 9) – e il 15 settembre, mentre il 3 ottobre “scoppiò altra voragine a ponente delle altre” (p. 14).

[p. 15] “Finalmente il 27 ottobre dopo un giorno di non interrotti romori, e di un forte rimbombo, altra voragine scoppiò alla base del cono del cratere d’eruzione in faccia all’ oriente”.

Tutte queste aperture sono difficilmente identificabili nella tavola, dove si possono osservare distintamente solo il cono del nuovo cratere di eruzione (1) e una bocca che emette fumo e materiali piroclastici, mentre sono solo accennate altre “voragini riversanti infuocati sassi” (2).

Inaridimento del suolo

Mercurio insisteva sui danni causati dalle colate laviche e dalla caduta di ceneri sulle fertili campagne etnee:

[p. 6] “[Il torrente di lava] impetuoso irruppe sulle più amene campagne, divorando graziosi pometi, annose quercie, rigogliosi castagneti, ubertosi vigneti, case campestri, apportando da pertutto scompiglio, duolo e miseria”.

 

COLATE LAVICHE

La colata lavica che si dirige verso la parte sinistra dell’immagine è quella scaturita nei primi giorni dell’eruzione, che si indirizzò verso la portella di Calanna e, dopo averla superata, minacciò gli abitati di Zafferana e Ballo:

[p. 6] “Dopo meglio di dieci giornate di corso devastatore, dopo essersi dilungato dalla sorgente almeno diciotto miglia giunse molto presso Zafferana e Ballo, e quivi fermossi”.

La bocca che si aprì il 7 settembre eruttò una nuova colata, che si orientò approssimativamente nella stessa direzione e puntò poi verso Milo (5), fermandosi a pochi passi dalla sua chiesa. La lava proveniente dalla bocca del 15 settembre trovò il suo corso ostacolato da quella eruttata nei giorni precedenti e deviò quindi a est verso il monte Caliato e la Rocca Musarra (3). Scorrendo sopra la colata solidificata del 1811, arrivò al piano del Bello (9). Infine, le bocche del 3 e del 27 ottobre diressero le loro colate verso il monte e la valle di Calanna.

Mercurio teneva a distinguere le colate laviche vere e proprie da quelle di “infuocati sassi”:

[p. 11, nota 1] “Per quanto attentamente mi è stato dato di osservare i torrenti infuocati, sì nel tempo del loro corso, come dopo essersi fermati, in Zafferana, Ballo, Milo, e vicino alle sorgenti colà nel Piano di Giannicola, di notte tempo e di giorno, in nessun luogo ho ritrovato di quelle materie che propriamente potrebbero appellarsi lave fuse.

Le colate di questa eruzione apparivano infatti come un torrente di pietre infuocate che rotolavano e scorrevano le une sulle altre e non come materia completamente fusa.

 

COLONNA ERUTTIVA

Nubi vulcaniche

Pietre infuocate

Nell’immagine sono visibili nubi vulcaniche di dimensioni non particolarmente imponenti, insieme a getti infuocati che sovrastano il nuovo cono e un’altra bocca. Al contrario, il cratere centrale dell’Etna appare quiescente. All’interno delle nubi vulcaniche sono accennate pietre infuocate che ricadono verso il basso:

[p. 7] “Dalla più alta voragine, che sin da ora chiameremo cratere d’eruzione, sempre mai si sono lanciate a grandi altezze colonne di gas infiammato, nuvoloni di vapore, ceneri, arene, scorie, grosse arroventate pomici. Quest’ultime nella notte ci offrirono il maestoso spettacolo d’una pioggia d’infuocati globi, cadenti per linee paraboliche di diversa ampiezza”.

Mercurio spiegava la formazione di fiamme facendo riferimento alle osservazioni relative al Vesuvio condotte dal geologo napoletano Leopoldo Pilla – e riferite nel corso del Congresso degli scienziati italiani di Lucca del 1843. I gas non erano emessi già infiammati, ma producevano la fiamma nel momento stesso in cui fuoriuscivano all’aria libera.

Anche nei momenti di relativa tranquillità, il nuovo cono emetteva ceneri e sabbie, che talora ricadevano insieme alla pioggia:

[p. 18] “Le ceneri ed arene sollevandosi, e diffondendosi nell’atmosfera abbuiavano la montagna in modo da sembrare che fosse sconvolta da continua azione di turbine”.

[p. 8] “Densi nuvoloni di vulcanici vapori accavallandosi si stesero sul nostro orizzonte, e discesi al basso affatto ottenebrarono il giorno, poscia in pioggia si sciolsero, che cadde mista di ceneri, di scorie, mandando insopportabile puzzo di bruciato solfo, e di bitume. […] Dipoi quelle ceneri arsicciate, umidicce e miste a bitume impiastricciaronsi a’ tetti, alle foglie ai frutti ai grappoli d’uva”.

 

TEORIE E INTERPRETAZIONI

Teorie chimiche

Mercurio era convinto della validità della teoria del calore centrale della Terra, ma non riteneva necessario ammettere l’incandescenza o la fluidità del nocciolo. I liquidi e i gas – che per gravità scendono verso le profondità terrestri – a causa del calore si trasformano in vapore ed aumentano il proprio volume fino a superare la pressione della materia sovrastante. Ciò dà il via alle eruzioni, nel corso delle quali i gas e i vapori spingono in alto materiali incandescenti. Questi ultimi sarebbero inoltre il prodotto di reazioni chimiche locali o di fenomeni di combustione:

[pp. 28-29] Oltre al calore centrale sembra indispensabile lo ammettere delle temporanee e locali chimiche combinazioni, e forse dell’ordine delle combustioni per meglio e completamente rendersi ragione di tutti i fenomeni vulcanici”.

Modello tecnologico

A proposito del cupo rumoreggiare del vulcano:

[p. 9] Udivasi un interrotto rimbombare, a guisa di sparo di grossa artiglieria”.

Distinguendo i coni dalle semplici bocche di eruzione, che non emettono ceneri e scorie e dunque non si elevano, Mercurio paragonava queste ultime a piccoli casolari o a forni da pane:

[pp. 14-15, nota 1] “Somigliano a piccoli casolari, costruiti con muri a secco di tre soli lati, aperti dall’altro per ove le materie si sono incaminate. Si possono pure somigliare a grandi forni da pane, poiché talune oltre ai muri laterali hanno a guisa di un arco o d’una piccola volta, fatta pure di pietre a secco”.

In riferimento al cratere centrale e ai crateri laterali:

[p. 19] “L’uno e l’altro però, il gran cratere e quello d’eruzione, sembrano destinati a que’ medesimi uffizi di quei fori o di quei tubi che si adattano ai nostri fornelli a combustione, per dar libera uscita alla fiamma, ai fumi, affinché la combustione meglio e più completamente si esegua”.

 

Fabio Forgione

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