Carlo GEMMELLARO, Breve ragguaglio della eruzione dell’Etna del 21 agosto 1852, Catania, Da’ tipi dell’Accademia Gioenia, 1852. Litografie. Tav. I e II. Disegnatore: anonimo. Litografo: Mario SCIUTO. Tav. III. Disegnatore e litografo: anonimo.
Con questa memoria, Carlo Gemmellaro – docente di geologia all’Università di Catania e socio fondatore dell’Accademia Gioenia – intendeva fornire un resoconto dell’eruzione dell’Etna iniziata alla fine di agosto del 1852, concentrandosi sui suoi aspetti vulcanologici. L’evento eruttivo portò all’apertura di nuove bocche laterali nella Valle del Bove, oggi note come Monti Centenari perché comparse in occasione del XVI centenario del martirio di Sant’Agata nel 252 d.C.
Il volumetto contiene la relazione letta da Gemmellaro il 4 novembre 1852 e pubblicata anche negli Atti della Accademia Gioenia (s.2, IX), dove era preceduta da un Sunto del giornale della eruzione dell’Etna del fratello Giuseppe, al quale apparteneva originariamente la tavola III qui descritta.
Il testo risulta quindi accompagnato da tre tavole litografate: la prima raffigura l’eruzione dell’Etna vista da Catania il 29 agosto; la seconda è una veduta del nuovo cratere alla base del balzo del Trifoglietto, presa il 6 settembre dalle Serre del Salfizio; la terza è una carta topografica della Valle del Bove con i percorsi seguiti dalle colate di lava del 1852. Le tavole I e II sono firmate dall’incisore e litografo Mario Sciuto (1819-1854), attivo nell’ambito dell’Accademia Gioenia.
Per un’altra immagine dell’eruzione del 1852, si veda Mercurio 1853.
Bibliografia. Su Gemmellaro: Corsi 2000a; Aradas 1868; Di Stefano 1909, pp. C-CI. Su Sciuto: Alberghina 2005.
MUTAMENTI OROGRAFICI
Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, l’eruzione ebbe inizio con l’apertura di nuove bocche nella Valle del Bove. La tavola III ne mostra la localizzazione e mette in evidenza il principale nuovo cono di eruzione (23), raffigurato anche al centro della scena nella tavola II, dove se ne possono apprezzare le dimensioni grazie alla presenza di due personaggi:
[p. 8] “Era esso appiè del Trifoglietto, avendo a libeccio il dirupato colle della Eruzione del 1819 a fianco di Giannicola [4]; a maestro, monte Lepre, monticello della Eruzione del 1329 riferita da Speciale [9], e quasi ad uguale distanza di un miglio, a greco, il monte S. Simone, origine della lava del 1811 [6]”.
Dopo il 25 agosto, mentre il nuovo cono continuava a crescere, anche un’altra delle nuove bocche aveva aumentato la sua attività, iniziando a elevarsi a sua volta:
[p. 9] “Era tale la non interrotta successione delle esplosioni di scorie ed arene nel primo cratere, che in poco tempo il suo monticello divenne più alto di quello di S. Simone; e si vedeva crescere sempre più di ora in ora; né il secondo mancava di materiali per formarsi anch’esso un elevato cono”.
COLONNA ERUTTIVA
Nubi vulcaniche
Le tavole I e II mostrano le nubi vulcaniche emesse dai due nuovi crateri di eruzione, che raggiungevano un’altezza doppia rispetto a quella dell’Etna ed erano visibili anche da Catania. Nella tavola I, in particolare, si nota come i fumi scuri divenissero via via più chiari mentre si sollevavano verso l’alto dirigendosi verso il mare:
[pp. 9-10] “In verità ella è stata singolarissima in questa eruzione la prodigiosa massa del vapore impregnato di arene, il così detto, fumo vulcanico, e la immensa altezza a che veniva spinto dall’ impeto della esplosione! Usciva esso dalle aperte gore de’ due crateri denso e nero; ed agglomeravasi e ravvolgevasi in vorticosi globi, che aumentavano di volume come innalzavansi, spinti e come sostenuti da altri, che con ugual impeto incessantemente svolgevansi da’ crateri; finché grado grado, lasciando cader giù le scorie e le arene di cui eran carichi, bianchi sempre più divenivano, senza lasciar l’agglomerata forma ed il vorticoso movimento, ad immensa altezza giungevano, da lasciar al di sotto di essi il gran cratere dell’Etna quasi a metà più basso; talché, non è esagerazione Io asserire, che a ben ventimila piedi dal livello del mare i globi de’ vulcanici vapori s’innalzavano”.
La tavola I rappresenta l’aspetto della colonna di fumi il 29 agosto, ossia in una giornata nella quale essa “attirò gli sguardi di tutti gli Etnicoli” (p. 13). Secondo alcuni resoconti, in quella data la lava raggiunse un deposito d’acqua prodotto dalla fusione delle nevi, provocando un’esplosione che generò un fumo particolarmente denso e nero. Gemmellaro riferiva questo episodio, ma riteneva plausibile che quel fumo fosse semplicemente il prodotto di esplosioni avvenute nella fessura che si era aperta qualche giorno prima a valle del nuovo cratere.
In entrambe le tavole, il cratere centrale dell’Etna appare in stato di sostanziale quiete:
[pp. 14-15] “Nel tempo che tanto travaglio vulcanico operavasi nel fianco orientale, il gran cratere dell’Etna, non mostrava parteciparne per nulla; i soliti fumajoli assumevano una tal quale attività, che più dell’ordinario poteva talvolta riguardarsi”.
Pietre infuocate
Nella tavola II sono raffigurati i materiali piroclastici emessi dal nuovo cratere, che venivano scagliati in aria e poi ricadevano sui fianchi del cono. Si trattava di pietre incandescenti, scorie e arene:
[p. 10] “Né minor forza dispiegavano le esplosioni delle infocate scorie e delle arene, che, da continuato fragore accompagnate e da scuotimento di suolo, a tale altezza giungevano, da potersi sin da Catania osservare; benché un colossale muro di separazione s’interponesse fra’ nuovi crateri e la bassa Città, formato dalle scoscese balze delle serre del Salfizio […] Era uno spettacolo che destava ammirazione, piacevole in un tempo e terribile, il vedere dalle alture di Pomiciaro, o del Salfizio, quel monte dalla cima alla base tutto vestito di fuoco; per la continua caduta degli incandescenti materiali, che non dava loro tempo di comparir raffreddati; mentre dall’aperta sua bocca la viva luce della fusa lava, delle scorie e delle arene incessantemente eruttate mentivano una sfavillante fiamma ed ardente”.
Al termine del suo scritto, Gemmellaro fornisce un’interpretazione della grande quantità di fumo, frammisto a scorie e arene, prodotto dall’eruzione. La causa era identificata nell’enorme massa di vapore presente nel focolaio vulcanico, che aveva trascinato verso l’alto i frammenti di una lava di struttura incoerente:
[p. 22] “Esso è dovuto ad una immensa quantità di vapore formatosi giù nel focolare, il quale forzandosi una via nella gola del vulcano, attraverso di lava incandescente, di poco coerente struttura, scoriforme e ghiajosa, come sì è all’ aperto poscia mostrata, ha potuto portarne seco grandissima porzione, e l’ha sparso, ridotta in arena, per tutta la plaga orientale”.
MAPPE
COLATE LAVICHE
La tavola III – comparsa anche a complemento del diario dell’eruzione di Giuseppe Gemmellaro (cfr. supra) – è una carta topografica della Valle del Bove nella quale sono segnalate le diverse direzioni prese dalle colate laviche del 1852, a cominciare dalle prime in ordine di tempo, indicate con la lettera A:
[pp. 7-8] “Un gran torrente di lava scorreva pel Trifoglietto e Zoccolaro, e diviso in due braccia, dirigevasi col destro per il monte di Calanna, e col sinistro per monte Finocchio […] In men di tre giorni , la corrente che scaturiva appiè del nuovo monticello del cratere, per una gora ben lunga, benché scorresse sopra inegualissime superficie di altre lave, discesa dal lato dello Zoccolaro e monte di Calanna, per quel ripido suolo, spuntava già dalla portella di Calanna [S], e preparavasi a venir giù a recar guasti ne’ coltivati terreni di fiori di Cosimo [N], e di altre sottoposte piagge, destando giusto spavento ne’ petti degli abitanti di Zafarana [H]”.
Nella tavola II è evidente come la colata lavica provenisse dalla base – e non dalla cima del cono – del nuovo cratere di eruzione.
La tavola III mostra inoltre la già citata fessura (25) che si formò a valle del nuovo cono, nella quale sembravano esistere diverse bocche che emettevano lava e fumo “in densi globi”.
Un nuovo corso di lava (B) si sviluppò intorno al 10 settembre e si diresse verso la frazione Caselle di Milo, sostituendo la precedente colata che, in seguito a una diminuzione di attività del cono da cui proveniva, si arrestò:
[p. 14] “Nel dì 8 settembre il minor cratere mostrò di cessare dalle sue esplosioni; la domani uno degli aperti spiragli superiori presso Giannicola riprese la sua attività, e per tutta la notte mandò scorie fumo ed arene. Nel seguente giorno, presso la base settentrionale dello Zoccolaro, maggior vigore riprendendo la lava, si ammontò trasversalmente sopra il dorso del braccio di quella raffreddata, e superatolo, precipitossi nell’ opposto lato con tale rapidità, che fu credulo un torrente da nuova bocca scaturito”.
Ulteriori bocche (T) si aprirono il 6 ottobre e diedero origine a una breve colata di lava, senza per questo diminuire l’attività del nuovo cratere principale.
TEORIE E INTERPRETAZIONI
Focolaio centrale
Gemmellaro aderiva alle teorie proposte dal fratello Mario nella sua memoria sull’eruzione del 1809 e credeva quindi all’esistenza di un focolaio centrale dal quale il magma risaliva, per poi diffondersi scendendo attraverso fenditure e condotti sotterranei lungo i fianchi della montagna:
[p. 20] “Fermo poi nel sostenere la teoria del mio fratello Mario Gemmellaro, cioè, che ogni innalzamento di lava si verifica nella gola principale dell’Etna, e che per mezzo di laterali fenditure o di altra maniera di sotterranei condotti, essa si fa strada pe’ fianchi della Montagna; e non già che diretta mente e perpendicolarmente venga essa dal focolare, attraverso le falde del vulcano”.
L’apertura di varie bocche e fessure era determinata dallo scorrere sotterraneo della lava sotto gli strati precedenti e non era da considerarsi un segnale dell’esistenza di più canali di eruzione. Quanto alla quiete del cratere centrale, dal quale ci fu solo una scarsa emissione di fumo, essa era dovuta alla tortuosa ramificazione dei condotti sotterranei, soggetti a parziali ostruzioni.
Modello tecnologico
[p. 16] “Il cupo romoreggiare si cangiava spesso in fortissime detonazioni, come se molti pezzi di artiglieria si scaricassero tutti d’un colpo”.
Fabio Forgione


