Giovanni GUARINI, Luigi PALMIERI, Arcangelo SCACCHI, Memoria sullo incendio vesuviano, Napoli, Gaetano NOBILE, 1855. Litografie. Tav. I-III. Disegnatore Arcangelo SCACCHI. Litografo: Bruno COLAO. Tav. IV. Disegnatori: Arcangelo SCACCHI e Guglielmo GUISCARDI. Litografo: Bruno COLAO. Tav. V. Disegnatore: anonimo. Litografo: Antonio MEZZANO. Tav. VI. Disegnatore: Augusto CIULI. Litografo: Gioacchino FORINO.
La memoria di Guarini, Palmieri e Scacchi è dedicata all’eruzione vesuviana del 1855 e non costituisce solo un resoconto cronachistico, ma anche uno studio dell’evento eruttivo che si avvale di misurazioni strumentali, ne interpreta i meccanismi e propone considerazioni geologiche e chimico-mineralogiche collocate nel contesto storico delle attività vesuviane. Il volume include anche la precedente relazione di Scacchi sull’eruzione del 1850 – con le sue tre tavole – già pubblicata nel Rendiconto delle adunanze e de’ lavori dell’Accademia delle Scienze sezione della Società Reale Borbonica di Napoli.
Le sei tavole qui analizzate fanno quindi riferimento a entrambe le eruzioni del 1850 e del 1855, ma riepilogano i mutamenti del Vesuvio a partire dal 1840, con particolare attenzione a quelli avvenuti all’interno del cratere. Esse includono inoltre una mappa con l’indicazione delle “principali lave di epoca istorica” (tav. V) e una veduta del vulcano in eruzione nel 1855, presa nei pressi del Ponte della Sanità a Napoli (tav. VI).
Le prime tre tavole furono disegnate dal vero da Arcangelo Scacchi, così come la IV, che vide però anche l’intervento del mineralogista Guglielmo Guiscardi (1821-1885) per le figure dei cristalli. La veduta del Vesuvio nella tavola VI fu invece disegnata da Augusto Ciuli.
Le litografie delle tavole I-IV furono realizzate da Bruno Colao, disegnatore e topografo dell’Ufficio topografico di Napoli e dell’Istituto topografico militare. La mappa della tavola V fu litografata da Antonio Mezzano, anch’egli attivo presso l’Ufficio topografico, così come Gioacchino Forino, litografo della tavola VI e altresì noto per la sua precedente collaborazione con Bianchi e Cuciniello al Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie (1829).
Bibliografia. Su Guarini: AA. VV. 1857; Del Giudice 1866. Su Palmieri: Civetta et al. 2004; Schettino 2014. Su Scacchi: Franco 1894; Mottana 2018. Su Colao e Mezzano: Valerio 1993. Su Forino: Valerio 1997. Sulle eruzioni del Vesuvio: Ricciardi 2009.
MAPPE
La tav. V è una carta topografica del Vesuvio, con l’indicazione delle principali località della regione, dei centri abitati pedemontani e, soprattutto, delle colate laviche fuoriuscite nel corso delle eruzioni dal 1751 fino al 1855.
MUTAMENTI OROGRAFICI
Mutamenti endocraterici
Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive
La tav. I propone tre vedute del cratere del Vesuvio, rispettivamente nel suo stato alla fine di marzo del 1840, a metà ottobre 1843 e all’inizio di agosto 1847. A partire dal 1841, si andò formando un cono all’interno del cratere. La fig. 2, bb mostra le due bocche di eruzione sul suo vertice, che eruttavano indipendentemente l’una dall’altra. Nel 1845, il nuovo cono superò l’altezza del bordo del cratere e nel 1846, ormai divenuto cono principale, oltrepassò la punta del Palo (tav. I, fig. 3, a).
Il vertice del vulcano crollò il 22 gennaio 1850 e all’inizio di febbraio si formò uno squarcio nel lato nord del cono (tav. III, fig. 1, a), insieme a un’altra apertura minore. A ciò fece seguito l’emissione di lava nell’Atrio del Cavallo. Ulteriori aperture seguirono nei giorni successivi, finché il 9 febbraio il crollo del fianco del cono diede origine a un lungo crepaccio (tav. III, fig. 1, gg). Secondo le misurazioni di Scacchi, la grande fenditura laterale aveva una lunghezza di circa 700 m e nella parte alta era larga 300 m e profonda 40 m; in basso, invece, risultava meno larga e profonda, forse perché riempita dalle materie franate. Si formarono inoltre due monticelli quasi cilindrici e un’apertura in forma di grotta (c, c), che emettevano lava e fumi.
Dopo l’eruzione del febbraio 1850, nel cratere si aprirono due cavità a forma di cono rovesciato – rappresentate in prospetto e in pianta nella tav. II (M, N) – che contrastavano con la singola cavità presente nel 1840 (tav. I, fig. 1). Esse erano unite da una punta (b), che era divenuta il punto più alto del Vesuvio.
L’eruzione del 1855 fu annunciata da alcuni eventi precursori che si manifestarono nel dicembre 1854 e che sono raffigurati nella tav. IV, fig. 1. Tra questi, l’apertura di una voragine (d) e di altre fenditure (e) nella parte interna della punta del Palo, alcune delle quali arrivarono a intaccarne anche la parte esterna.
Il primo maggio 1855 iniziò l’eruzione. Una nuova bocca si aprì sul fianco del vulcano (tav. III, fig. 2, a), accompagnata da emissioni di fumo. Altre bocche si aprirono più in basso (b, c, d, e, f, i), con fragore e lancio di sassi, e diedero origine a un’ulteriore colata lavica. Su queste bocche si formarono piccoli coni, alti da 2 a 5 metri. Il più grande era il cono (i) – non pienamente visibile nella tav. III perché sorgeva in un avvallamento. Solo il cono (d) scagliava piccoli frammenti di materie fuse, mentre gli altri erano paragonabili a fumarole.
La sera del 5 maggio si verificò una frana (tav. III, fig. 2, nn), che seppellì la bocca (a), coprì la base del cono (b) (se ne vedano le tre bocche in tav. IV, fig. 2) e spezzò la lava (mm), permettendo di osservarne la struttura interna (tav. IV, fig. 2-3).
COLATE LAVICHE
Nella tav. I, fig. 3 si osserva la lava emessa alla fine di luglio 1847 (b) e quella più recente, dell’inizio di agosto (c, d).
La tav. III, fig. 1 mostra la lava fluita nell’Atrio del Cavallo dallo squarcio sul fianco del vulcano, insieme a un piccolo torrente di lava scaturito più in basso (bb).
L’apertura della nuova bocca il primo maggio 1855 fu accompagnata da una colata di lava (tav. III, fig. 2, mm) che si esaurì prima di poter arrivare al fondo dell’Atrio del Cavallo. I nuovi coni sorti in quei giorni diedero origine a due distinte colate, che si dipartivano per poi ricongiungersi più a valle. La lava si diresse verso il fosso della Vetrana, mentre tra i due monticelli nel cratere sgorgò una cascata di lava, visibile fin da Napoli, che si riversò nel fosso del Faraone. Il 7 maggio la lava travolse il ponte e alcune case tra Massa e San Sebastiano e si fermò il giorno 11 prima della Cercola. A partire dal 9 maggio, un altro ramo di lava volse a sinistra e si diresse verso San Giorgio a Cremano (cfr. tav. V). Nel complesso, le lave sgorgarono per un periodo di 27 giorni.
Nella tav. VI si può osservare lo scenario dell’eruzione come appariva nei pressi del Ponte della Sanità a Napoli. La colata lavica, sormontata da fumi, riluce nella notte e si dirige verso Massa e San Sebastiano. Si nota anche il sito dell’eremo di San Salvatore e del nuovo Osservatorio vesuviano.
[p. 73] “L’incandescenza delle lave fluenti nell’atrio del cavallo era riverberata maravigliosamente dal soprastante nebbione sino ad un’altezza che avanzava di molto la cima del Vesuvio”.
COLONNA ERUTTIVA
Nubi vulcaniche
La mattina del 9 febbraio 1850, Scacchi si recò in visita sul Vesuvio. Come si osserva nella tav. III, fig. 1, non era presente la classica colonna a pino ma, al contrario, il fumo si piegava subito orizzontalmente a causa del vento:
[pp. 6-7] “Nulla appariva che avesse somiglianza di pino, come nei grandi incendi del nostro Vulcano trovasi descritto dai suoi storiografi sin dai tempi di Plinio. Ma in vece il fumo, senza molto innalzarsi, seguiva la forza del vento che lo piegava in lunga zona orizzontale; ed intanto ogni gittata di sassi era accompagnata da denso cono di fumo nero […] il quale usciva di mezzo alle larghe ruote vorticose di fumo bianchiccio che continuamente esalava, e con le medesime dopo un istante si confondeva. Mentre la maggior colonna di fumo si scorgeva uscire presso l’orlo settentrionale del cratere, dal mezzo di esso, ove si osservava la base del già rovinato cono interno, ad intervalli di tempo alquanto lontani, venian fuori in minor copia densi e neri turbini di fumo”.
Bombe vulcaniche
In occasione dell’eruzione del 1855 si osservò l’emissione di bombe vulcaniche dalle particolari caratteristiche, ossia di “proietti incrostati”, formati da un nocciolo di roccia più antica avvolto dalla lava recente:
[p. 155, 156] “I proietti di forma quasi sferica eruttati dal Vesuvio nel primo giorno dell’ultima conflagrazione, per la particolare condizione di avere un nocciolo formato di antica roccia rivestito di grossa crosta della recente lava che per nulla vi aderisce, ci offre un fatto dei più notevoli e non molto frequente nella storia del nostro vulcano. […] Le ordinarie maniere di proietti vesuviani, conosciuti volgarmente col nome di bombe, spesso non offrono alcuno indizio d’interno nocciolo, e sembrano formati esclusivamente della medesima lava fluente che ha preso la forma sferica per particolari condizioni in cui si è trovata nell’atto della proiezione. Altre volte presentano nella parte centrale una sostanza alquanto diversa dalla parte esterna sì per colore che per tessitura, ma entrambe perfettamente aderenti e fuse insieme in guisa da non potersi sempre riconoscere con precisione la linea nella quale le due parti si congiungono”.
ROCCE E DEPOSITI
Lava solidificata
La tav. IV, fig. 4 mostra un dettaglio della lava solidificata sul pendio del vulcano dopo l’eruzione del 1855, la cui superficie appariva solcata secondo uno schema regolare:
[p. 139] “Sono rimasti sporgenti in forma di sprofondate volte certi piccoli suoli, o meglio tavoloni di raro più grossi di dieci centimetri con la superficie increspata da profondi e stretti solchi di maravigliosa regolarità, di cui non è possibile dare con parole una giusta idea. Anche al vedere un pezzo di questi tavoloni non se ne avrebbe che una idea imperfetta, perché non si scorgerebbe lo accordo e la simmetria che le superficiali rughe presentavano per l’estensione di molti metri”.
Cristalli
Le figure 5-9 della tav. IV rappresentano la struttura di alcuni cristalli analizzati dagli autori nella zona dell’eruzione del 1855. Si tratta di cristalli ottaedrici di magnetite con oligisto, di cianocromo (solfato di potassio e rame idrato, fig. 8) e di pirotecnite (sodio solfato anidro, fig. 9)
TEORIE E INTERPRETAZIONI
Crateri di sollevamento
Orogenesi per accumulo
Gli autori si opponevano alla teoria dei crateri di sollevamento: il fondo del cratere non si era innalzato per spinta, ma piuttosto per accumulo di materiali lavici (cfr. tav. I, fig. 2; tav. III, fig. 2):
[pp. 26-27] “Se poi volessimo dare un rapido sguardo ai fatti che ci ha presentati quest’ultimo incendio, ed ai cambiamenti osservati nel Vesuvio, a cominciare dal 1841, per farne l’applicazione alla teoria dei crateri di sollevamento, da illustri geologi adottata e da altri combattuta, molte cose si potrebbero notare alla medesima teoria contrarie. Il fondo del vecchio cratere è andato man mano innalzandosi non perché da interna forza fosse stato trasportato dal basso in alto; ma perché nuove materie quasi ogni dì sboccate per diverse aperture son venute ad accumularsi, ed a formare novello fondo più alto del precedente”.
Fabio Forgione





