Etna 1669 TEDESCHI PATERNÒ 1669

Tomaso TEDESCHI PATERNÒ, Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, Napoli, Egidio LONGO, 1669. Incisione su rame. Disegnatore e incisore: anonimo.

Il volumetto del teologo catanese Tomaso Tedeschi è – come dice il titolo – una relazione dell’eruzione dell’Etna del 1669 – ossia “degl’Incendij di Mongibello, non mai prima veduti, sin da’ più antichi tempi ch’egli cominciò à vomitar fiamme, e fuoco, co’ quali in quest’anno del 1669 arse” (p. 11) – ma è anche e soprattutto un resoconto dei riti religiosi e delle processioni con le reliquie di Sant’Agata organizzate per fermare la colata lavica.

Seppur molto diverso da un’opera scientifica come quella di Giovanni Alfonso Borelli dedicata allo stesso evento, il volume contiene interessanti dettagli sui fenomeni eruttivi, sul percorso della lava nelle campagne e in città e sulle iniziative – come muraglioni e derivazioni – messe in atto per scongiurare la distruzione di Catania.

L’opera è accompagnata da tre incisioni anonime, che raffigurano Catania in tre epoche distinte: nell’antichità, in epoca moderna prima dell’eruzione del 1669 e, infine, durante quest’ultima. La tavola qui riprodotta è quella relativa alla grande eruzione e rappresenta a volo d’uccello la città e l’Etna, con l’indicazione delle principali località della zona e della grande colata lavica che fu la pericolosa manifestazione di quell’evento, “uno de’ più terribili, e nocevoli, che sieno mai stati abantico”.

Le immagini dell’eruzione del 1669 devono molto a quanto era stato fatto a Napoli già in occasione dell’eruzione del Vesuvio del 1631. Va ricordato che Egidio Longo, l’editore napoletano del volume di Tedeschi Paternò, nel 1632 aveva pubblicato anche l’opera sul Vesuvio di Gregorio Carafa.

Bibliografia. Guidoboni et al. 2014; Abate e Branca 2015; Abate e Branca 2016; Branca 2019; Branca e Abate 2019; Branca, Del Carlo, Behncke, Bonfanti 2025; Pagnano 1992.

MAPPE

La tavola propone una veduta a volo d’uccello che riprende lo stesso modello iconografico della tavola in Borelli 1670. Il punto di vista rialzato consente di rappresentare la città di Catania in primo piano, la regione pedemontana con i suoi paesi e l’edificio vulcanico con la nuova bocca laterale dei Monti Rossi. Rispetto all’incisione di Donia nell’opera di Borelli, qui maggiore attenzione è riservata agli effetti dell’eruzione su Catania, con l’indicazione della zona del Castello Ursino circondata dalla lava (20) e delle aree in cui la colata è riuscita a oltrepassare le mura cinquecentesche, distruggendo siti archeologici romani e alcune zone della città nei pressi del monastero di San Nicolò l’Arena (19) (pp. 48-49, 57-58).

Le vedute dell’eruzione contenute nelle opere di Borelli e di Tedeschi possono essere confrontate con l’affresco realizzato intorno al 1675 dal pittore acese Giacinto Platania (1612-1691) nella sacrestia della Cattedrale di Catania. Anche in questo caso, la veduta a volo d’uccello si estende da Catania fino all’Etna. Secondo il racconto di Borelli, Platania fu tra coloro che tentarono di deviare la colata lavica per salvare Catania. Come narra Tedeschi, quei lavori furono sospesi per le rimostranze degli abitanti di Paternò, che temevano di subirne le conseguenze.

 

MUTAMENTI OROGRAFICI

Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive

Tedeschi segnala la singolarità dell’evento del 1669, “perché egli non da una, ma da cinque horride fauci venne à sboccare” (p. 11). Si tratta delle cinque bocche che si aprirono successivamente: dapprima “due larghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitavano”; poi una terza bocca, che cominciò a eruttare materiali mentre le prime due si spegnevano; infine “un’altra, e à capo d’un quarto d’hora un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri, il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si drizzò” (p. 15).

La tavola mostra l’ultima e principale bocca, posta alle spalle del cono di Mompilieri (3), dove si formarono i Monti Rossi:

[p. 11] “e scagliando tuttavia in aria tanto gran copia d’infocati petroni, che cadendo poi in giù si ammontarono in due altissime montagne, la di cui altezza un mezzo miglio oltrapassa”.

Avanzamento della costa

La grande colata lavica arrivò a gettarsi in mare il 23 aprile, formando un nuovo promontorio. Nella tavola, ai margini della lava, sono raffigurati i getti di vapore generati dal contatto tra la materia incandescente e l’acqua.

[p. 48-49] “In quel medesimo giorno entrò il fuoco nel mare, e diede qualche speranza di potersi fare il desiderato porto, con cui si sarebbe risarcito in gran parte il grandissimo danno, che fin hora havea fatto alla Città […] precipitando nel mare tutta quella gran mole di fuoco si avanzò quasi un miglio per entro à quello senza torcersi tanto, ò quanto à man sinistra, dalla qual torcitura se ne sarebbe potuto formar qualche seno, che dal vento Greco, e Levante defendesse i navili”.

Cono: distruzione

Non è raffigurato nella tavola il grande crollo del cratere centrale che viene invece descritto nel testo del volume e che Tedeschi attribuisce a uno svuotamento interno del vulcano dovuto all’eruzione:

[p. 64] “[Mongibello] mandando fuori le proprie viscere, e vomitando mai sempre fin dell’imo ventre del suo corpaccio una immensa copia di bituminosi ardori, venne già fatto voto à cadere, menomandosi nella più sublime parte del suo cratere cotanto celebre presso gli antichi Scrittori. N’abissò dunque egli prima verso Tramontana dirimpetto alla Città di Bronte, e poi all’Oriente verso la piana di Mascali non senza horrendissimi tuoni, e tremuoti, e ultimamene cadde dell’intutto nel rimaso del suo cratere, che si vedea da Catania: Si che hoggi comparisce il Monte assai manco, e deforme, senza il bello ornamento del suo cucuzzolo.

Inaridimento del suolo

L’eruzione del 1669 fu “un momento di rottura dell’equilibrio fra la città e il territorio circostante” e isolò la città dai fertili terreni della piana del Simeto (Abate e Branca 2016). Nell’illustrazione sono evidenti i danni alle campagne – ridotte in “ferrigne, e nericate selci, che noi sciare chiamiamo” (p. 16) – prodotti dalla colata lavica e dalla pioggia di ceneri, che “sepellì buona parte dell’alberi, e del colto delle campagne” (p. 18). Nei pressi di Catania sono raffigurati campi coltivati, una parte dei quali, visibile nella tavola pre-eruzione, sono ormai cancellati dalla lava.

[pp. 11-12] “E si perché non dal ciglione, ma dalle falde più basse del monte sgorgò dove vi erano delle Terre, de’ Casali, e delle campagne colte, e feconde d’alberi, e di viti, e perciò incontanente prese à danneggiare quantunque di bello, e di buono in quei prati vi havea”.

 

COLATE LAVICHE

La grande colata lavica è raffigurata in tutto il suo corso: dai Monti Rossi circonda sui due lati il colle di Mompilieri e arriva fino a Catania e al mare. Tedeschi descrive dettagliatamente le sue ramificazioni e i danni prodotti dai vari bracci a Catania e nei dintorni:

[pp. 15-16] “Quel fuoco, che dalla terza bocca scoppiò meglio di quattro hore dietro al Monte Fusara si trattenne, e poi à questo tempo dividendosi in due braccia, l’uno di quelli circondò verso Ponente il detto Monte, l’altro fendé il medesimo in due parti, e precipitando alle di lui falde, col primo si unì […] Ne fé meno straggi quel fiume di fuoco, che dalla quinta voragine sgorgò: imperocché trascorrendo in prima dietro al monte detto Mompolieri, venne poscia dividersi in due precipitosi torrenti”.

 

COLONNA ERUTTIVA

Nubi vulcaniche

Pietre infuocate

Il cono principale appare relativamente tranquillo, sormontato da una nuvola di fumo di dimensioni e consistenza ridotte. Un’impetuosa emissione di fumo, ceneri e “infuocati petroni” emana invece dalle bocche laterali, la cui attività era stata preceduta – e continuava a essere accompagnata – da boati, fragori e scosse sismiche:

[p. 15, sulla terza bocca] “Con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco, che à guisa d’una altissima colonna alzandosi in aria, vibrava insieme in verso il Cielo infocati petroni, che poi con horribil stroscio in giù anzi la bocca cadeano, et altri pezzuoli d’infranti sassi per tre miglia attorno impetuosamente mandava”.

[p. 18] “In oltre dagl’immensi sassi, e infuocati petroni, che con tal impeto si scagliavano in alto dalla vehemenza del traboccante fuoco, che mal poteansi tracciare nell’aria da acutissima vista di chi che sia occhio Linceo; e dalla nera cenere, che insino allo spatio di quaranta, e talhora di sessanta miglia continovamente buttava e fù in tal quantità, che riempì, e adeguò tutte le valli della Pidara, e de’ NicoIosi, e di altri circonvicini villaggi”.

 

Fabio Forgione

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