Etna 1809 MARIO GEMMELLARO 1809

Mario GEMMELLARO, Memoria dell’eruzione dell’Etna avvenuta nell’anno 1809, Messina, Presso Giovanni DEL NOBOLO, 1809. Tav. I-II. Incisioni su rame. Disegnatore: Mario GEMMELLARO. Incisore: Antonio ZACCO.

La breve memoria di Gemmellaro – che ebbe una seconda edizione a Catania nel 1820 – descrive i fenomeni dell’eruzione laterale etnea iniziata il 27 marzo 1809 e protrattasi fino al mese successivo. L’opera è accompagnata da due tavole, incise dal catanese Antonio Zacco (1747-1831) e disegnate dal vero dallo stesso Gemmellaro, nel corso della sua escursione in compagnia di un fratello (probabilmente Carlo) e di suoi “eruditissimi amici”: “Restai a riposarmi un poco, ed a rilevare in carta l’apparenza dell’Etna, e corso delle Lave, che abbozzata qui annetto” (p. 21). Anche il cratere fu visitato ripetutamente da Gemmellaro.

La tav. I è una veduta dell’Etna da nord-est, nella quale sono ben distinte l’area boscosa (Regione nemorosa) e, più in alto, quella priva di vegetazione (Regione discoperta). L’immagine descrive l’apertura di nuove bocche e le colate laviche del 1809. La raffigurazione della progressione della lava verso valle si accompagna a una legenda delle località e a una scala cronologica verticale, che colloca temporalmente i fenomeni e propone un vero Giornale dell’eruzione.

La tav. II si concentra invece sull’aspetto dell’interno del cratere centrale dell’Etna tra il 1804 e il 1809, offrendo una sequenza in tre immagini dei mutamenti orografici avvenuti con le eruzioni del 1805 e del 1809. Per un aggiornamento di questa tavola con lo stato del cratere negli anni successivi, cfr. Gemmellaro 1819. Sul tema del mutamento temporale dei vulcani prima e dopo l’eruzione, e quindi anche sui cambiamenti di forma del cratere, si ricordino le raffigurazioni del Vesuvio fin dal XVII secolo (Kircher, Zupo), poi sviluppate dopo la metà del Settecento (ad esempio Pigonati, Mecatti, Filomarino, von Buch).

Bibliografia. Su Mario Gemmellaro: Corsi 2000b; Di Stefano 1909, pp. XC-XCI. Su Zacco: Gallo 2000, pp. 86-87. Sull’eruzione del 1809: Alessi 1829-1835; Branca, Del Carlo, Behncke, Bonfanti 2025; Tanguy 1981. Sulla rappresentazione temporale del Vesuvio: Laurenza 2025.

Tav. I

Tav. II

MUTAMENTI OROGRAFICI

Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive

Nella tav. I si riconosce la nuova bocca nata il 27 marzo ai piedi della sommità bicorne del cono centrale. Più sotto, sono rappresentate le nove nuove bocche che si aprirono a distanza ravvicinata sul fianco del vulcano, a circa 2400 m di quota, nei pressi della località Tacche di Coriazzo. Infine, al centro della tavola si osserva l’ulteriore gruppo di bocche che si aprì a una quota inferiore, presso il Monte Rosso, il 29 aprile.

Mutamenti endocraterici

La tav. II ricostruisce lo stato dell’interno del cratere a partire dal 1805. Nella prima delle tre immagini, il fondo del cratere appare pianeggiante, ma spiccano due cavità che emettono fumo. Le linee orizzontali sulle pareti del cratere sembrano indicare i “cento, e cento strati di materiali vulcanici, incrostati tutti d’efflorescenze solforee, saline, ed ammoniacali” (p. 28). L’eruzione del luglio 1805 modificò l’orografia del cratere, con la formazione di un piccolo cono raffigurato nella seconda immagine:

[pp. 28-29] “L’effervescenza del Vulcano s’accrebbe in modo che da una delle mentovate gole, cioè da quella dell’Ovest, venne su un getto di liquida Lava che veniva a piombare dentro l’altra, ed una infinità di scorie, che ricadevano perpendicolari alla sorgiva, e di arene eruttate contemporaneamente, formarono in quel luogo un monticello conico, troncato e concavo nella sommità”.

La terza e ultima immagine rappresenta invece gli ulteriori mutamenti prodotti dall’eruzione del 1809. Il fondo del cratere “era divenuto più rigonfiato di prima” e il cono endocraterico del 1805 appariva quindi “sepellito quasi per metà” (p. 14). Inoltre, era scomparsa la seconda bocca, sostituita da un secondo monticello circolare.

 

COLONNA ERUTTIVA

Nubi vulcaniche

La tav. I mostra varie nubi vulcaniche in corrispondenza delle diverse bocche del vulcano. Dalla bocca ai piedi del bicorne fuoriescono nubi ed “enormi palle di fumo” trasportate dal vento “verso la parte orientale dell’isola”, Messina e il mare. Al di sotto – indicata dai tratti puntinati – si osserva la caduta di materiali piroclastici e “arene che cedendo alla forza di gravità precipitavano più o meno tarde […] a misura della loro massa e volume” (pp. 6-7). Anche il cratere centrale emette nuvole di fumo. Gli effetti della caduta di scorie furono particolarmente rilevanti nell’abitato di Linguaglossa, raffigurato in primo piano a sinistra. Le bocche alle Tacche di Coriazzo emettevano “fumo, arene, e pietre” (p. 9), così come quelle nei pressi del Monte Rosso, che si segnalavano inoltre per “inesprimibili fremiti e detonazioni” (p. 11).

 

COLATE LAVICHE

Nella tav. I si osserva che dalle bocche alle Tacche di Coriazzo nasce una corrente di lava, individuata dalla traccia scura, che si dirige verso la destra dell’immagine e si arresta il primo aprile al Monte Santa Maria.

Dalle bocche al Monte Rosso, e in particolare dall’ultima e maggiore, sgorga la corrente di lava che domina il centro della tavola e, dopo aver minacciato Linguaglossa, raggiunge i vigneti posti in primo piano.

 

TEORIE E INTERPRETAZIONI

Focolaio centrale

Gemmellaro riconduceva tutte le bocche laterali a un unico focolaio. Riteneva infatti che fossero manifestazione di una corrente di lava proveniente dal sommo cratere e fluita in canali sotterranei – dai quali fuoriusciva in “tanti punti sopra una linea che poco s’allontana dalla retta [come] ruscelli che scaturiscono d’un fonte solo” (p. 15). Gemmellaro sembrava quindi propendere per la presenza di un focolaio non molto profondo:

[p. 34] “Par che non resti dubbio alcuno a conoscersi che ogni eruzione discenda dal sommo Cratere a scappar fuori, e non già dal centro del Focolare per una retta che trafori il gran Monte”.

Modello tecnologico

[p. 30] “le continuate esplosioni istantanee, simili a quelle che veggiamo del cannone in lontananza”.

 

Fabio Forgione

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