Etna 1819 MARAVIGNA 1819

Carmelo MARAVIGNA, Istoria dell’incendio dell’Etna del mese maggio 1819, Catania, Da’ torchi della R. Università, Francesco PASTORE tipografo, 1819. Incisioni su rame. Tav. I. Disegnatore: Santo FERRO. Incisore: Corrado MARANO. Tav. II. Disegnatore e incisore: Corrado MARANO.

L’opera di Maravigna – docente di chimica all’Università di Catania, ma anche cultore della geologia e naturalista in senso lato – è una descrizione dell’eruzione etnea iniziata alla fine di maggio del 1819 e, per questo, può essere utilmente confrontata con Gemmellaro 1819. Maravigna fu incaricato dall’università di studiare l’eruzione e si recò più volte nei pressi delle nuove bocche al fine di osservare i fenomeni e analizzare i prodotti dell’eruzione (pp. 7-8). Oltre al diario degli eventi, il volumetto contiene anche le convinzioni teoriche di Maravigna sul vulcanismo.

Le due tavole che accompagnano il testo raffigurano lo stato dell’eruzione alla data del 3 giugno e sono prese rispettivamente dal Trifoglietto e dalla Contrada Mortara, che si trovava a una quota inferiore nei pressi del Monte di Calanna. Tra le figure umane rappresentate, si distingue in particolare, nella tav. I, il disegnatore che riprende la scena dal vero. La tav. I è disegnata da Santo Ferro – impiegato presso l’università con competenze in campo pittorico – e incisa da Corrado Marano. Quest’ultimo risulta essere invece sia disegnatore che incisore della tav. II.

Bibliografia. Su Maravigna: Gemmellaro 1855. Su Ferro: Paladino 2018, pp. 22-23; Sarullo 1993, pp. 201-202. Sull’eruzione del 1819: Alessi 1829-1835; Tanguy 1981; Branca, Del Carlo, Behncke, Bonfanti 2025.

Tav. I

Tav. II

MUTAMENTI OROGRAFICI

Emersione di nuovi coni o nuove bocche eruttive

In entrambe le tavole sono raffigurate le nuove bocche che si aprirono sul fianco del vulcano all’inizio dell’eruzione. Con la lettera A sono indicate quelle poste a quota più elevata, “nella Sciara cioè del Filosofo in vicinanza della Valle del Bue ove formaronsi quattro crateri” (p. 11), ridottesi a una sola a partire dal 29 maggio. La B segnala invece la seconda, nella Contrada di Giannicola.

 

COLATE LAVICHE

Le tavole offrono due viste, da punti di osservazione diversi e complementari, del “grosso torrente di lava” che per settimane fluì dalla bocca B. Nella tav. I lo si osserva dirigersi verso il piano del Trifoglietto (D):

[pp. 14-15] “II cratere di Giannicola prosiegue ad eruttare quantità immensa di lava fluida, che rotola sulla lava de’ giorni scorsi, e giugne sino al piano del Trifoglietto ove sembra solidificarsi, sebbene l’interno del torrente deve mantenersi fluido: perché nella contrada del Cirrazzo la sua superficie di quando in quando si fende, e l’interna fluida lava gli scorre sopra i fianchi”.

È nei pressi di quest’ultima località che va collocata la veduta della tav. II, che immortala il corso inferiore della colata nei pressi del suo termine.

 

COLONNA ERUTTIVA

Nubi vulcaniche

Bombe vulcaniche

Pietre infuocate

Le immagini mostrano le nubi di fumo che si levano da entrambi i gruppi di bocche eruttive, mentre il cratere centrale appare in uno stato di sostanziale quiete.

[p. 75] “Il sommo cratere dell’Etna durante questo incendio non ha mostrato cosa alcuna di particolare, e si è fatto vedere in tanta calma come se alcun fenomeno non si fosse operato ne’ suoi fianchi”.

La bocca B emette solo “fumo poco carico di arena e cenere” (p. 12), mentre le bocche A si contraddistinguono anche per l’emissione di materiali piroclastici, che si osservano ricadere al suolo dopo essere stati scagliati in aria:

[pp. 11-12] “eruttarono al momento immenso fumo carico di scorie, arena, e cenere, che alzossi in forma di pino, e che dopo prese la direzione Est: nel tempo istesso eruttavano a grande altezza immensa quantità di lava pastosa, che solidificandosi in masse globose di varia grandezza, ricadevano o dentro o negli orli di essi crateri”.

[pp. 12-13] “Le sostanze volcaniche trascinate dal fumo secondo la diversità del loro peso specifico principiarono a piombare in alcune contrade della seconda e della prima regione del monte. L’ arena cadde nei luoghi vicini all’eruzione, e giunse sino al piano di Calanna, Zafarana, Rocca delle Api ec. sebbene in queste due ultime contrade mischiata a frantumi di scorie. Le scorie furono trascinate più lungi e giunsero nella contrada di Sarro, Fleri, Trecastagne, Viagrande, Aci S. Antonio, Aci Reale ed altrove. La cenere si estese più oltre, e la maggior parte andò a piombare nel mare, ed una picciola porzione arrivò sino al Villaggio S. Giovanni la Punta, e Battiati”.

 

TEORIE E INTERPRETAZIONI

Focolaio profondo

Poiché i terremoti che precedettero l’eruzione furono percepiti a grande distanza ma non diedero luogo a fenomeni vulcanici evidenti in superficie, Maravigna trova ragioni a favore dell’esistenza di un focolaio a grande profondità, contrariamente a quanto sostenuto da Borelli e Buffon:

[p. 7] “Il Vulcano, malgrado l’energia de’ suoi fuochi interni manteneasi in pace perfetta: né fumo vorticoso in forma di pino, né muggiti sotterranei, né parziali scosse annunziavano prossimo suo incendio. I tremuoti intanto proseguivano e non solo faceansi sentire dalle popolazioni abitanti le falde del Monte, ma interpolatamente nell’isola intera. Prova è questa chiarissima che il centro de’ fuochi vulcanici non un luogo elevato del Monte occupava, come a mio credere non lo occupa giammai, ma le sue interne e profonde viscere”.

Teorie chimiche

Il ruolo dell’acqua

Un’ampia sezione del volume è dedicata alla confutazione delle teorie vulcaniche contenute nelle Recherches sur les volcans : d’après les principes de la chimie pneumatique (1800) di Eugène-Melchior-Louis Patrin. Il mineralogista francese era fautore di una teoria chimica, che poneva all’origine dei fenomeni vulcanici una reazione tra solfuri di ferro e acqua, con l’intervento del fluido elettrico. Maravigna la contesta punto per punto e la respinge come “un ammasso d’ipotesi assurde e di gratuite supposizioni, create secondo il capriccio od il bisogno dell’autore”, da relegare nella “regione dell’obblio” (pp. 35, 44).

Al contrario, crede che occorra l’intervento di un agente più potente dei solfuri di ferro e dell’acqua, benché la necessità di quest’ultima per alimentare i fuochi dei vulcani sia evidente: “La sola osservazione che dal seno del mare essi hanno la loro origine, od in luoghi ad esso vicini esistono, è sufficiente a provarla” (p. 46).

Maravigna è quindi convinto che in profondità esistano depositi di silicio, alluminio, calcio e magnesio, capaci di decomporre molto rapidamente l’acqua in idrogeno e di causare i terremoti. L’eruzione si scatenerebbe poi senza l’intervento dell’elettrico – ritenuto solo un prodotto – poiché la compressione sarebbe sufficiente ad accendere l’idrogeno con il termossigeno, generando un calore tale da fondere gli ossidi di silicio, alluminio, calcio e magnesio (pp. 45 ss.).

 

Fabio Forgione

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