Federigo HOFFMANN, ‘Lettera del Sig. Hoffmann al Sig. Duca di Serradifalco intorno al nuovo vulcano presso la città di Sciacca’, in Giornale di Scienze Lettere e Arti per la Sicilia, XXXIV, 1831, pp. 138-148. Incisione su rame. Disegnatore: Rudolph Amandus PHILIPPI. Incisore: Saverio CAVALLARI.
Federigo HOFFMANN, ‘Lettera al Cav. Nicolò Cacciatore, direttore del R. Osservatorio di Palermo sull’attuale stato del nuovo vulcano presso la città di Sciacca’, in Giornale di Scienze Lettere e Arti per la Sicilia, XXXVI, 1831, pp. 3-15. Incisione su rame. Disegnatore e incisore: anonimi.
Il geologo tedesco Friedrich Hoffmann (1797-1836) soggiornò in Italia tra il 1828 e il 1833, dedicandosi allo studio della vulcanologia. Nel 1831, al momento dell’emersione dell’Isola Ferdinandea, si trovava in Sicilia e fu tra i primi a raggiungerla per compiere osservazioni scientifiche. L’eruzione sottomarina che portò alla nascita dell’isola cominciò a manifestarsi nel mare al largo di Sciacca tra la fine di giugno e l’inizio di luglio del 1831. Il 18 luglio, Hoffmann partì da Palermo per recarsi nella cittadina sulla costa meridionale della Sicilia e imbarcarsi verso l’isola, in compagnia di alcuni amici e colleghi. Si trattava del paleontologo tedesco Rodolfo Amando Philippi (1808-1904), in seguito trasferitosi in Cile, del geologo svizzero Arnold Escher von der Linth (1807-1872) e del medico e naturalista tedesco August Wilhelm Ferdinand Schultz (1805-1890). Hoffmann tornò poi a visitare l’isola alla fine di settembre, quando altri studiosi si erano già recati sul posto. Questa volta si imbarcò a Marsala, di nuovo in compagnia di Escher e Philippi. In entrambi i casi, il gruppo di viaggiatori si avvicinò all’isola ma non riuscì a sbarcarvi.
La prima relazione del viaggio e delle osservazioni di Hoffmann sulla nuova isola vulcanica è contenuta in una lettera del 31 luglio indirizzata al Duca di Serradifalco, letterato e archeologo palermitano, poi stampata nel Giornale di Scienze Lettere e Arti per la Sicilia. Il testo è accompagnato da una tavola realizzata su disegno di Philippi e incisa da Francesco Saverio Cavallari (1810-1896), che collaborava con il Duca di Serradifalco ai rilievi archeologici e architettonici dei monumenti dell’isola e che – più tardi – realizzò la carta topografica dell’Etna con Wolfgang Sartorius von Waltershausen.
Un’altra relazione, relativa alla seconda visita di Hoffmann, è invece contenuta in una lettera del 25 ottobre all’astronomo Nicolò Cacciatore, direttore dell’osservatorio di Palermo. Anche in questo caso è presente una tavola incisa, forse realizzata dagli stessi autori ma priva di firma.
Bibliografia. Marafon Pecoraro 2018; Martorelli e Barletta 1988; Mazzarella 2012. Su Hoffmann: Martin 1972. Su Schultz: Pagel 1908. Su Escher: Franks 2015. Su Philippi: Fürstenberg 1906; Kabat e Coan 2017; Zirnstein 2001. Su Cavallari: Cianciolo Cosentino 2007. Sulla metafora della girandola di Castel Sant’Angelo: Beck Saiello e Gruet 2013.
MUTAMENTI OROGRAFICI
Emersione di isole vulcaniche
Entrambe le tavole si compongono di quattro figure, che illustrano l’aspetto dell’isola da diverse prospettive.
Nella prima tavola, si può osservare lo stato di emersione dell’isola il 24 luglio 1831. Hoffmann descriveva in particolare il suo aspetto da nord (o tramontana), come rappresentato nella figura in alto a destra, e notava l’esistenza di un cratere centrale, con margini irregolari e un’altezza maggiore sui versanti est e nord. Hoffmann segnalava inoltre le misure approssimative dell’isola – come il diametro di 800 piedi (circa 260 m) – da confrontare con quelle della seconda visita qualche mese più tardi:
[Lettera I, p. 143-144] “Si vedeva facilmente che le parti prominenti di quest’isola veramente non sono altro che l’orlo irregolare di una immensa e quasi circolare voragine. La cinta superiore di quest’orlo che guarda verso levante era evidentemente la più elevata di tutte; e noi stimammo la sua altezza essere di circa 60 piedi parigini sopra il livello del mare. Sensibilmente meno alto già e gradatamente più abbassato verso ponente, era l’orlo settentrionale del cratere, che a noi era comparso il primo. Portava esso due ben distinte prominenze coniche ai due suoi termini, de’ quali quella verso levante era assai visibile. Finalmente quella parte della cintura che guarda verso mezzogiorno era assai bassa, e quella verso ponente appena si poteva distinguere sopra le onde del mare. Il diametro intero di tutta l’isola prominente, preso nella direzione di levante a ponente, stimammo essere di 800 piedi francesi e l’interno della voragine dunque sarà poco minore, forse di 600 piedi, ed il giro di tutta la prominenza non sarà meno di mezzo miglio italiano”.
Tornati sul luogo dell’eruzione il 26 settembre, Hoffmann e i suoi compagni si trovarono di fronte a uno scenario che era sensibilmente cambiato nei due mesi intercorsi. Da nord (tav. II, fig. 1), l’isola appariva ora come una collina dalla superficie piuttosto piana, tra due cime più elevate a nord-ovest e sud-est. La maggiore di queste aveva un’altezza maggiore rispetto a quella massima rilevata a luglio:
[Lettera II, p. 6] “Già il primo colpo d’occhio, che il far del la luce ci permise di gettare sopra la nuova isola, ci provò con evidenza quanto essa aveva cangiata la sua figura nello spazio di quell’epoca di due mesi che noi non l’avevamo più riveduta. Ora si estendeva innanzi ai nostri sguardi una piccola ed alla sua superficie alquanto piana collina. Essa era nel mezzo della sua poca estensione sensibilmente depressa ed un poco meno alta che ai due termini, e questi ultimi colle falde esteriori assai ripide formavano due specie di prominenze principali, assai vistose. Questo almeno era l’aspetto dell’isola veduta dalla parte di tramontana, dalla quale noi ci dirizzammo verso di lei al tempo del nostro arrivo (ved. fig. 1.) […] Noi stimammo da vicino la media elevazione di quella collina tra 40 e 50 piedi sopra le onde, e la punta da maestrale circa di 70 a 80 piedi”.
Trasferitosi sul versante ovest (cfr. tav. II, fig. 2 e 3), Hoffmann osservò che questa parte dell’isola – in precedenza assai bassa – si era “bastantemente innalzata”. Essa era però insidiata dalle onde che, battendo con forza sulle ripide falde, staccavano arena e scorie che precipitavano in mare o si disperdevano come polvere nell’aria:
[Lettera II, p. 9] “Verso la parte di SO (ved. fig. 3) noi potemmo per la prima volta osservar bene la parte superiore della faccia interna del cratere, che di qua era molto vicina. E si poté giudicare facilmente che il mare già avea fortemente indebolita questa cintura della voragine verso SO”.
Da nord-est, i visitatori osservarono la parte più bassa dell’isola (tav. II, fig. 4). Qui, Carlo Gemmellaro – che visitò il luogo all’inizio di agosto – aveva notato una fenditura nell’orlo del cratere, che consentiva l’accesso all’acqua del mare:
[Lettera II, pp. 9-10] “Ora essa si vedeva perfettamente chiusa, ma l’interna parete del cratere si poteva distinguere assai bene (ved. fig. 4), e la falda esterna di questa parte declinante assai dolcemente verso il mare permette una facile sbarcatura in tempi di bonaccia, della quale noi sfortunatamente non potemmo godere i vantaggi”.
Hoffmann e i compagni, infatti, nonostante il loro desiderio, non riuscirono a sbarcare sull’isola a causa del mare agitato e – come si vedrà – della consistenza del terreno. Ciononostante, valutarono le dimensioni dell’isola, che appariva notevolmente ridotta rispetto a due mesi prima. Se alla fine di luglio il suo diametro stimato era di 800 piedi, ora esso sembrava di circa 400 (130 m). L’isola era quindi soggetta a un costante processo di distruzione ad opera delle onde del mare, tanto che Hoffmann prevedeva la sua scomparsa nel giro di pochi mesi:
[Lettera II, pp. 12-13] “a tutti noi già ora la nuova isola parve senza dubbio più piccola che essa non era nel mese di luglio. Secondo la proporzione dell’altezza alla lunghezza che noi abbiamo creduta la più convenevole per li disegni, ci pare che tutta la parte prominente dell’isola non poteva avere più che circa 400 piedi di diametro. Se noi aggiungiamo a questo ancora il valore della bassa terra intorno, noi possiamo avere al più 600 a 700 piedi per tutto, e questo ci darebbe nella presunzione di una forma circolare tutta la circonferenza dell’isola ad incirca 2000 piedi. […] L’isola va attualmente di giorno in giorno scemando, e se questa distruzione della quale noi fummo testimoni prosiegue nella stessa maniera, cosa che non si può mettere in dubbio, basteranno le tempeste dell’imminente inverno per fare sparire in pochi mesi tutta l’isola. Essa dunque sarà ridotta in quel caso nuovamente a quello stato nel quale si conosceva prima, formante una secca o basso fondo”.
COLONNA ERUTTIVA
Nubi vulcaniche
L’emissione di fumo e materiali piroclastici dal cratere dell’isola fu osservata soprattutto nel corso del primo viaggio ed è quindi raffigurata nella prima delle due tavole. Già prima di giungere sulla costa di Sciacca, i viaggiatori furono colpiti da “una colonna di fumo densissimo, che si alzava in mezzo dell’alto mare” e, con il buio, da “un rossore lampeggiante all’orizzonte, inviluppato nella nebbia che allora l’offuscava, alla guisa de’ baleni che così spesso si vedono succedere nella notte delle calde giornate” (lettera I, p. 139). Una volta giunti nei pressi dell’isola dal lato di ponente (tav. I, fig. in alto a sinistra) apparve in tutta la sua maestosità la colonna eruttiva, composta di fumo bianco e interrotta da emissioni intermittenti di scorie e ceneri:
[Lettera I, p. 142] “Noi intanto eravamo incantati di veder uscire, come pareva allora, dietro dell’isola, con una velocità incredibile e quasi senza interruzione grossissimi nuvoloni di fumo bianchissimo, e di svilupparsi, appena usciti e cacciati dai succedenti, in grandi palloni quasi gorgoglianti a guisa di neve freschissima o di bianco cotone lanciato incessantemente nell’aria. Di tanto in tanto quasi circa nell’intervallo di due a due minuti, la bianca e burrascosa colonna venne interrotta da un più o meno alto getto di scorie e di nere ceneri, e fra pochi momenti spesso tutto era acqua, ceneri e nuvole, ed una perfettissima e violentemente confusa mescolanza”.
La colonna composta di globi di fumo bianco “ascendeva maestosamente nell’aria fino all’altezza di forse poco meno di 2000 piedi, piegata leggiermente verso levante alla sua cima, larga e bianchissima” (lettera I, p. 144) ed è osservabile nelle prime tre figure della tavola I. L’ultima, invece, raffigura l’improvviso evento del quale Hoffmann fu testimone, vale a dire un’impetuosa intensificazione dei getti di scorie e ceneri, che occuparono tutto il diametro del cratere ed ebbero la meglio sul fumo bianco. Nell’immagine si notano con chiarezza quelle che l’autore definiva spighe o saette, che davano ai getti una forma ramificata:
[Lettera I, p. 145] “Si lanciavano esse in aria con estrema violenza, fino all’altezza di 600 piedi, e spessissimo ripetuti tutti quei getti formavano in continuazione alla cima una nera ed assai larga colonna. Continuatamente nella forma di aste, o di spiche, o di saette le pietre e le ceneri più grosse si distaccavano da questa sempre rinnovata colonna, esse si ripiegavano nell’aria per ricadere sopra le falde del cratere o per buttarsi nelle acque vicine”.
Sopra i getti di ceneri sono rappresentati i vapori bianchi piegati dal vento, ma si osservano anche le ceneri e le scorie che ricadono in mare:
[Lettera I, pp. 145-146] “La maggior quantità di esse fu pel vento verso levante trasportata, e formava una grossa nuvola, ma pure tutto all’intorno dell’isola, esse si precipitavano in mare riscaldate, e facevano uscire dalla superficie delle acque una immensa quantità di vapori, mentre questa stessa superficie per ogni dove gorgogliava e spumava”.
Ben diverso il quadro che si presentò ai naturalisti a settembre. Anche nella tavola II, si nota un’emissione di fumi molto più contenuta rispetto alla precedente:
[Lettera II, p. 9] “Tutta la falda fumava al pari dell’interno del cratere, senza dubbio per li vapori penetranti di dentro. Ed il cratere stesso mandava diritto una leggiera nuvola di fumo bianco in aria, osservabile solamente nella grande vicinanza”
Fenomeni elettrici
Durante il picco di attività piroclastica della fine di luglio, furono osservati anche fenomeni elettrici all’interno della nube vulcanica, sotto forma di “grandi lampi […] colla solita figura di zigzac in ogni direzione possibile” (lettera I, p. 146)
ROCCE E DEPOSITI
Scorie
La fragile costituzione geologica dell’Isola Ferdinandea ebbe una parte fondamentale nel determinare la sua breve parabola. Fin dalla prima visita, Hoffmann notò l’assenza di “vestigii di una corrente di lava, della quale neppure grandi masse eruttate si vedevano”, mentre l’isola appariva interamente formata “di scorie nere, di lapilli e di grosse ceneri” (lettera I, p. 144).
L’assenza di colate di lava fu confermata in occasione della seconda escursione:
[Lettera II, p. 10] “Risulta la certezza più evidente che tutta la nuova isola sia di materiale sciolto e mobile composta, e che nessun vestigio di una corrente di lava, uscita dalla sua bocca vi si osserva”.
Stavolta, Hoffmann e i compagni riuscirono però ad avvicinarsi all’isola dal versante nord-ovest, tanto da toccare terra con il remo, anche se non poterono sbarcare a causa del mare grosso e della consistenza del terreno, troppo molle e mobile. La vicinanza consentì un’analisi più dettagliata della costituzione dell’isola, composta di arene e scorie:
[Lettera II, p. 7] “Ci potemmo colà almeno assicurare della più evidente maniera, che tutta la collina dirimpetto a noi non era composta che di sciolta arena nera, finissima, frammescolata con alcune scorie di poca grossezza, irregolarmente nella massa principale disperse”.
La sabbia sembrava formata “unicamente quasi di piccoli frantumi di cristalli di color nero”, che erano identificati come pirosseno, uniti a meno frequenti cristalli di feldspato vetroso. Proprio la generale assenza di feldspati induceva a supporre che si trattasse di frammenti di un’originaria lava basaltica.
Stratigrafie
Hoffmann notò che le frane causate dall’impatto delle onde mettevano in luce una stratificazione regolare dei depositi, che considerava tipica di tutti i coni di eruzione: “il nuovo vulcano giusto a quel tempo ci offrì un vero modello di questa maniera di costruzione rimarchevole” (lettera II, p. 8):
[Lettera II, p. 7] “Tutto quel sopraddetto materiale era in strati regolari disposto, ordinariamente assai sottili e non più alti di tre a quattro pollici. Quasi sempre nell’intervallo, o sulla linea di separazione di questi strati, compariva una crosta leggiera di sale marino perfettamente bianco, e questo colore contrastando efficacemente col color nero dominante dell’arena, faceva molto più chiara la sopraccennata stratificazione che in linee ondeggianti lungo la falda continuava”.
TEORIE E INTERPRETAZIONI
Modello tecnologico
In riferimento al rumore avvertito prima dell’imbarco a Sciacca:
[Lettera I, p. 140] “Udimmo con una certa commozione assai chiaramente un rimbombo molto rassomigliante ad un lontano cannoneggiamento, continuato talvolta per lo spazio d’un quarto d’ora e più”.
In riferimento all’eruzione di scorie e ceneri della fine di luglio:
[Lettera I, p. 145] “Questo graziosissimo e non mai finora osservato spettacolo. Io non saprei con che altra bellezza paragonarlo, se non colla famosa girandola del castello di sant’Angelo, ma di dimensioni assai più grandiose e di durata continua per almeno otto minuti senza interruzione”.
Fabio Forgione

