Carlo GEMMELLARO, Relazione dei fenomeni del nuovo vulcano sorto dal mare fra la costa di Sicilia e l’isola di Pantelleria nel mese di luglio 1831, Catania, Ne’ torchi della R. Università, Carmelo PASTORE impresse, 1831. Litografie. Disegnatore: Carlo GEMMELLARO. Litografo: MINASI.
Carlo Gemmellaro – fratello di Mario, anch’egli studioso di vulcanologia (cfr. Gemmellaro 1809 e 1819) – era docente di geologia e mineralogia all’Università di Catania quando, nell’estate del 1831, un nuovo vulcano cominciò ad emergere nel Canale di Sicilia. Gemmellaro fu incaricato dall’ateneo di recarsi a fare osservazioni sui fenomeni in corso e pubblicò poi questa relazione, letta all’università alla fine di agosto.
Lasciata la città etnea all’inizio del mese – e dopo aver incontrato ad Agrigento Friedrich Hoffmann, di ritorno dalla sua visita – Gemmellaro arrivò a Sciacca. Lì raccolse diverse testimonianze, utili a ricostruire le prime fasi dell’eruzione, insieme alle “relazioni del capitano Giovanni Corrao, del sig. Vincenzo Barresi, da tutte le altre riferite ne’ fogli di Malta, e da quelle comunicatemi dal mio amico signor Salvatore Rosa di Sciacca, trascurando tutte quelle, o inesatte od incerte, o esagerate, che si sono sparse dappertutto” (p. 7). Molte di queste relazioni sono riportate nell’appendice al volumetto.
La notte del 10 agosto, Gemmellaro si imbarcò da Sciacca col fratello Antonino e il domenicano padre Gallo per dirigersi verso l’isola, che propose di intitolare al re, in visita in Sicilia proprio nei giorni della sua comparsa: “Io chiamerò dunque la nuova Isola vulcanica sorta dal mare fra le altre adiacenti alla Sicilia, Isola di Ferdinando II” (p. 46).
Il testo è accompagnato da due tavole litografate, realizzate dalla Litografia Minasi di Messina sulla base dei disegni eseguiti dal vero da Gemmellaro stesso. La prima raffigura uno dei momenti culminanti dell’attività eruttiva, mentre la seconda propone una mappa dell’isola e due suoi prospetti.
Bibliografia. Su Gemmellaro: Corsi 2000a; Aradas 1868; Di Stefano 1909, pp. C-CI. Marafon Pecoraro 2018; Martorelli e Barletta 1988; Mazzarella 2012.
MAPPE
La prima figura della tav. II è una mappa della nuova isola, che mette in evidenza il suo aspetto pressoché circolare e la presenza di un grande cratere centrale, in comunicazione con le acque del mare. È inoltre evidente la piccola penisola formatasi sul versante nord-occidentale. La pianta riporta anche le coordinate rilevate dai comandanti inglesi Swinburne e Smith – che erano stati sul posto nelle settimane precedenti – e le misurazioni della profondità del mare intorno al vulcano realizzate da Gemmellaro con lo scandaglio:
[pp. 22-23] “Ha esso, fino a questo giorno (11 agosto 1831), una figura quasi circolare, menoché dal lato di maestrale, dove un braccio prolungasi verso libeccio, lasciando un piccolo seno, fra esso e il rimanente dell’isoletta. Sarà forse questo il primo cratere osservalo dagl’Inglesi aperto al sud come essi asserivano: oggi però non è che un picciol promontorio di ammassate scorie, e cenere. L’insieme dell’Isola si riduce ad una conca circolare, irregolare nella sua altezza, a cagione de’ materiali eruttati dal Vulcano, che spinti dal vento la rendono più elevata sempre in quel punto, dove essi vanno a cumularsi. Oggi la parte più alta è verso levante, e la più bassa e meno ripida a mezzogiorno”.
MUTAMENTI OROGRAFICI
Emersione di isole vulcaniche
La seconda e la terza figura della tav. II completano la mappa con due vedute dei prospetti nord e ovest dell’isola. Nel primo si osserva come il versante più elevato della Ferdinandea sia quello orientale ed è altresì evidente la fenditura che consente al mare di entrare nel cratere:
[p. 23] “Dal fianco di tramontana il cratere non è chiuso sino a fior d’acqua, se non da piccioli interrotti cumuli di materie eruttate, che sollevansi appena dal livello del mare, a guisa di scogli. Le onde entrano così nel centro del cratere per questa scissura, di cento venti palmi circa di lunghezza”.
La veduta da ovest mette in rilievo la notevole differenza di altezza tra l’orlo occidentale, in primo piano, e quello orientale, al di là del cerchio del cratere. Gemmellaro valuta il diametro dell’isola a 900 palmi, equivalenti a circa 230 m. È inoltre visibile il promontorio di nord-ovest, raffigurato anche nella pianta dell’isola:
[p. 25] “La parte dell’orlo più elevato del cratere arriva sin oggi (per quanto abbiam potuto calcolare alla distanza di un tiro di palla da fucile, a cui ci siamo accostati) a 110 palmi circa. Il diametro dell’Isoletta, da ponente a levante, a 900 palmi, e la circonferenza quindi ascenderà presso a poco a mezzo miglio. Il colore di tutto il Vulcano inclina più al nero, che al bigio”.
Descrivendo la topografia dell’isola, Gemmellaro era conscio della sua precarietà, che dipendeva dalla quantità di scorie che si sarebbero via via accumulate e dalla direzione del vento, che ne avrebbe determinato il deposito sull’uno o sull’altro versante.
COLONNA ERUTTIVA
Nubi vulcaniche
L’11 agosto, Gemmellaro e i suoi accompagnatori stazionarono diverse ore nei pressi dell’isola e poterono quindi osservare lo schema intermittente e regolare con il quale si succedevano gli stadi più violenti dell’eruzione, ciascuno della durata di 30-45 minuti. La tav. I è una raffigurazione dell’imponente colonna eruttiva che sovrastava il vulcano in queste fasi. A ogni parossismo seguiva una pausa di due o tre minuti – durante la quale il fumo e il vapore si disperdevano – e poi una ripresa dell’attività: l’acqua fuoriusciva impetuosamente dal cratere attraverso la fenditura a nord e il vulcano emetteva fumi, scorie e ceneri che, per la violenza dell’esplosione, si diramavano in getti a forma di cipresso:
[p. 27] “Questo sollevamento di acque dal cratere è accompagnato dal solito fragore delle onde marine, quando s’infrangono negli scogli: e quindi a poco succede la violenta esplosione del vapore carico di cenere, mentre le scorie, le arene, unite a quantità maggiore di cenere, vengon fuori con impeto indicibile, come se impastate e fangose esse si fossero, e nella forma di tanti inclinati cipressi, portando all’apice d’ogni Ior ramificazione una scoria infocata a tale altezza, da impiegare ordinariamente 15 secondi nella caduta”.
Il nero delle scorie che ricadevano in mare – visibili nell’immagine – contrastava con la parte centrale dell’esplosione, che appariva infuocata, e con “una immensa colonna di globi di vapori, che carichi anch’essi di cenere, bruni all’uscire, vanno a mano a mano imbianchendosi nella superficie superiore, come si scaricano dalla cenere che gli imbrattava, sinché ridotti bianchissimi s’innalzano sino a più di mille piedi di altezza, agglomerandosi e rivolgendosi sopra se stessi, e formando cento bizzarre figure, ma generalmente quella di maestosi pini” (p. 28):
[p. 29] “Null’altro che la pittura può esprimere il contrasto che formano gli apici de’ globi di vapore, i quali gradatamente imbianchiscono come lascian cadere la cenere, col bruno del resto della colonna, che ne è gravida ancora”.
Terminate le esplosioni, si ripeteva una breve pausa durante la quale l’acqua rientrava nel cratere e ritornava a contatto con il focolare incandescente, scatenando una nuova fase violenta.
Fenomeni elettrici
Nella tav. II, la parte più elevata della colonna eruttiva è attraversata da una scarica elettrica:
[p. 28] “Come distaccansi i primi globi di vapori, e gli altri, dalle successive esplosioni spinti, si accostano ad essi, tosto una violenta scarica di elettricità ha luogo nella forma di fulmine, ed è quindi seguita dallo scoppio del tuono: tuono che rumoreggiando lungo tempo nell’aere è stato falsamente confuso col rombo del Vulcano”.
ROCCE E DEPOSITI
Scorie
Le tavole non permettono di apprezzare la costituzione geologica dell’isola, che è però discussa nella relazione di Gemmellaro:
[pp. 23-24] “Il materiale di cui è formato il cratere, e quindi tutta l’Isola, si riduce a picciole scorie felspatiche bigie leggiere, incrostate da altre più ferruginose scorie nerastre, ancor più leggiere vetrose e cellulari, smaltate nelle cellule da un vetro più fuso e lucido: a scorie isolate di quest’ultima natura, più voluminose, ma per lo più minute e galleggianti sulle acque: a tritume di scorie bigie e nerastre, ed a minutissima cenere bigia e nera, che esce sempre agglomerata col vapore. Materiali tutti provenienti, siccome sembra, da roccia trachitica”.
È interessante notare che le osservazioni di Gemmellaro lo portavano a riconoscere che l’isola era composta da scorie feldspatiche, originatesi da una roccia trachitica. Ciò contrastava con quanto osservato più tardi da Constant Prévost e Friedrich Hoffmann, che rilevarono un assoluto predominio di materiali pirossenici, derivanti da rocce basaltiche:
[p. 48] “Il chiarissimo M. Constant Prévost, che di recente ha visitato la nuova Isoletta, mi assicura, che i materiali di cui oggi trovasi coverta sono pirossenici. È facile conoscere da ciò come il Vulcano, il quale da principio operava sulla trachite, sia passato in seguito ad attaccare il basalto”.
Stratigrafie
L’attività eruttiva intermittente, della quale Gemmellaro fu testimone diretto, causava una deposizione stratificata delle scorie che formavano l’isola, evidente laddove le onde causavano frane, ma anche sul versante settentrionale:
[p. 24] “Gli strati sono quivi inclinati ad un angolo di 50 gradi; la parte superiore di ognuno di essi è bigia, perché l’ultima a cadere nell’eruzione è la cenere di questo colore, che i globi del fumo tengon per qualche tempo sospesa in aria, finché dura la forza che gli spinse”.
TEORIE E INTERPRETAZIONI
Teoria globale
Orogenesi per accumulo
Gemmellaro sosteneva l’esistenza di un focolaio profondo, comune ai vulcani della Sicilia e delle isole più piccole che la circondano, a cui andavano ricondotti tutti i fenomeni eruttivi e sismici della zona. L’Isola Ferdinandea, pertanto, poteva essere il risultato di una risalita della stessa materia fusa che alimentava l’Etna, ma orientata in una direzione differente:
[p. 33] “Se la sepolta infocata materia si fosse diretta verso gli antichi sotterranei meati, d’onde ebbe alimento l’isola di Pantelleria, non è difficile che un nuovo intoppo disturbandone il cammino, a 22 miglia da quell’isola, la forza del vapore, foriero e compagno dell’eruzione, avrebbe scosso la sovrapposta roccia calcarea della Secca del Corallo, ed aperto uno spiraglio d’onde scappar poteva, per farsi strada finalmente all’atmosfera”.
Il geologo catanese, oppositore della teoria dei crateri di sollevamento, proponeva un’origine del vulcano per accumulo di materiali, ma si trovava a dover spiegare le sue modalità in un ambiente sottomarino. Il magma, infatti, incontrava un’enorme massa di acqua fredda, tale da condensarlo e fermarlo temporaneamente nella spaccatura apertasi sul fondo del mare. Solo una volta vinta questa opposizione, la lava poteva cominciare a fuoriuscire a ad accumularsi sul fondale, formando un edificio vulcanico sempre più alto:
[p. 35] “Superata una volta la potenza del mare dalla violenta forza del vapore, i materiali frammentari dell’effervescente lava del focolare cominciarono ad esser trasportati agli orli della nuova apertura sottomarina, ed a cumularsi successivamente a tanto, da fondare la base del nuovo cono di un cratere, che non dovea tardar molto a venir fuori, alla superficie delle acque. Esso apparve in effetto pochi giorni dopo, ed il dì 18 luglio era già nella forma di un cratere vulcanico, ed elevato sino a 20 piedi sul livello del mare”.
[p. 48] “Talché lungi di restar confusa la mente dell’osservatore a vista di sì stupendi fenomeni, chiara ne scorge la vera cagione; ed è sicuro una volta che dipende dal cumulo e dalla forza dell’effervescente materia vulcanica, e dall’ impeto del vapore che l’accompagna nel profondo suo focolare, la nascita di un nuovo vulcano, sia a traverso di solido terreno, sia nel seno stesso dell’opposto elemento”.
Gemmellaro spiegava inoltre le caratteristiche peculiari dell’eruzione dell’Isola Ferdinandea rispetto a quelle di altri vulcani. La materia eruttata doveva la sua natura alla presenza dell’acqua marina che, senza riuscire ad arrivare a contatto con il magma incandescente, si tramutava in vapore che si sollevava trascinando con sé materiali frammentari. Si formava così una sorta di “fango infuocato”, diverso dalla più classica nube di ceneri e scorie e soggetto a divergere dalla verticale. Quanto alla presenza di lava, non riscontrata sull’isola, Gemmellaro riteneva che dovesse esistere sul fondo marino, dove si spandeva creando stratificazioni alternate ai depositi calcarei.
Il destino dell’isola restava però incerto. Se si fosse chiusa la fessura nel cratere (impedendo l’accesso dell’acqua) e l’eruzione fosse continuata, si sarebbe potuta formare un’isola di materiale più solido; in caso contrario, le scorie incoerenti che la costituivano avrebbero ceduto alla forza del mare:
[p. 44] “In pochi anni le barche passeranno forse sopra la base di quel cratere medesimo, che oggi spaventa chi vorrebbe avvicinarlo soltanto”.
Fabio Forgione

