Etna FERRARA 1793 Tav. III e IV

Francesco FERRARAStoria generale dell’Etna, Catania, Nella stamperia di Francesco PASTORE, 1793. Tav. III, IV. Incisioni su rame. Disegnatore: Nicolò BOMBARA. Incisore: Antonio ZACCO.

Diversamente dalle tavole I, II e V dell’opera di Ferrara, la terza e la quarta si concentrano su un aspetto specifico dell’attività vulcanica, vale a dire sui fenomeni di raffreddamento delle lave e sulla formazione di colonne prismatiche a esaedro, pentaedro e tetraedro. Le tavole, realizzate da Antonio Zacco su disegno di Nicolò Bombara, raffigurano due siti nei pressi dell’Etna particolarmente significativi a tal proposito: le Isole Ciclopi di fronte ad Aci Trezza e quello che oggi è definito il neck vulcanico di Motta Sant’Anastasia.

Ferrara sottolinea che la tav. III è “la più interessante dell’Etna” perché mostra tutti i fenomeni relativi alle lave prismatiche, mentre la tav. IV fa conoscere una montagna che “offre le più superbe colonne di lave che arrivan sovente a più di 50 piedi di altezza” (pp. XLII, XLIII). In entrambi i casi la rappresentazione iconografica aveva un significato geologico ed era funzionale alla tesi di un’origine vulcanica di queste rocce.

Bibliografia. Su Ferrara: Moscheo 1996; Di Stefano 1909, pp. XCI-XCII. Su Zacco: Gallo 2000, pp. 86-87. Per il dibattito sull’origine dei basalti colonnari: Rudwick 2005; Ciancio 1995.

Tav. III

Tav. IV

ROCCE E DEPOSITI

Lava solidificata

La tav. III è una veduta del piccolo arcipelago presa dall’Isola Lachea, con lo sfondo degli abitati di Aci Trezza e Aci Castello e accompagnata da scene di marina. In primo piano e sul versante meridionale dell’isola, si notano le “colonne prismatiche di lave di qualunque grandezza, e disposte in infinite posizioni” – fratturate, piegate e dislocate – formate dal raffreddamento in mare delle colate laviche dell’Etna. Seguono “il maggior Faraglione, o lo Scoglio più grande dei Ciclopi, di forma piramidale, ma moltissimo acuminato”, del quale è nuovamente messa in evidenza la struttura di basalti colonnari, poi il faraglione di mezzo, “di forma egualmente piramidale, ma alquanto più basso, e più picciolo” e il terzo faraglione “appena più basso del secondo, ma di più picciola base, e di forma pure piramidale”. Al margine sinistro della tavola è raffigurata la rupe del castello normanno-svevo di Aci Castello, circondata dal mare su tre lati “e dall’altro attaccata fin quasi alla metà alla fronte di un’alta corrente di lava che domina quella spiaggia, e che scende dalle alture vicine”. Ferrara descrive le colonne prismatiche che formano la rocca – benché non riconoscibili nell’illustrazione – e, in particolare le “colonne alquanto piramidali, aggruppate in maniere curiosissime, e che sovente convergono verso un centro” (pp. 292-294). Su queste formazioni, si veda anche Houël 1784, tav. 106-112.

La tav. IV è una veduta della rocca di Motta Sant’Anastasia, sormontata dall’abitato e dal castello normanno. In primo piano è rappresentato il disegnatore, a sottolineare che la scena è stata presa dal vero. Analogamente a quella sulle Isole Ciclopi, anche questa tavola è dedicata alle formazioni di basalti colonnari, in una località più lontana dalla costa. In questo caso, la rupe appare composta da “ammassi immensi di colonne prismatiche sovente verticali, di una grandezza, e durezza straordinaria” (p. 298). Questi basalti, secondo Ferrara, sono molto antichi e si trovano in stato di parziale distruzione a causa dell’esposizione all’aria aperta, avvenuta dopo l’erosione da parte degli agenti atmosferici dell’argilla che li ricopriva. La formazione è oggi interpretata come un neck o collo vulcanico, prodotto dalla solidificazione del magma all’interno di un camino vulcanico il cui cono è stato eroso.

 

TEORIE E INTERPRETAZIONI

Origine dei basalti

Apportando il suo contributo al dibattito geologico sull’origine vulcanica o sedimentaria dei basalti, sviluppatosi in Europa nel corso del Settecento, Ferrara prende una netta posizione a favore della tesi che li considerava prodotti della contrazione della lava:

[pp. 304-305] “I due partiti si sono sostenuti con molto vigore, e sebbene siasi già evidentemente riconosciuto che ai trappi non può negarsi la via umida, ma che i prismi dell’Irlanda, dell’Etna ec. sono dei prodotti del fuoco, la questione non sembra che sia totalmente cessata in Germania. Il Sig. de Dolomieu ha dedotto dopo varie, e diligenti osservazioni, che la configurazione delle lave in colonne prismatiche dipende da un subitaneo coagulo, da un pronto raffreddamento che esse provano. Si vede che le lave colate nel mare si sono pel contatto delle acque che han loro rapito prontamente il calore, divise in prismi, nel mentre che il resto del torrente che si è raffreddato lentamente all’aria libera, non si è diviso che in pezzi informi; e la lava che cola nelle fissure diviene prismatica perché i due lati la privano subito del calore. Tutte le osservazioni ci mostrano che le lave prismatiche sono nei luoghi che il mare coprì un tempo, e pare che esse si formarono a quell’Epoca”.

I basalti colonnari – rinvenuti, tra l’altro, presso vulcani estinti in Francia e in Irlanda – si erano dunque formati per il raffreddamento delle colate laviche in condizioni di immersione nelle acque marine, anche se altre cause potevano aver prodotto analoghi effetti.

Ferrara cita ripetutamente Dolomieu, che nel suo Mémoire sur les îles Ponces, et catalogue raisonné des produits de l’Etna (1788) si era soffermato sulle colonne prismatiche dei dintorni dell’Etna e aveva attribuito il sollevamento delle Isole Ciclopi a un’eruzione locale sottomarina. Pur concordando con lo scienziato francese sull’origine vulcanica dei basalti, Ferrara avverte che “nello studio della Natura dobbiamo ricercare le cause che sono necessarie, e sufficienti alla spiega la meno forzata, e la più semplice dei fatti”. Ritiene pertanto che i faraglioni “siano resti d’una antichissima corrente di lava che il tempo, e la furia del mare hanno così diviso”. L’analogia con le lave solidificate dei dintorni lo fa infatti propendere per l’ipotesi di una colata lavica arrivata fino al mare: “Oltre che i torrenti di lava dell’Etna ci mostrano che esse possano avere una altezza enorme; abbiamo moltissimi esempi moderni, che ci han fatto vedere che allorché un torrente di lava si coagula alle sue frontiere, la lava che siegue a scorrere impedita dal suo moto progressivo, rompe la superficie alta del torrente, e cola sopra di se stessa; formasi così un moto verticale, e sonosi in tal guisa formate montagne immense di lava. Questo effetto deve necessariamente succedere nelle lave che colano nelle acque del mare, e che debbon subito coagolarle” (pp. 295-296). Gli strati argillo-calcarei presenti sui faraglioni e sull’Isola Lachea andavano ricondotti ai sedimenti marini risalenti all’epoca in cui i basalti erano sommersi.

 

Fabio Forgione

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